domenica 14 giugno 2020

COME STIAMO | Kit di pronta emergenza da portare con sé in caso di improvvisa ripartenza del sistema arte e spettacolo in era post-pandemica



Descrizione Immagine: al centro dell'immagine appare la parola NO scritta maiuscola in nero. Sullo sfondo diverse sfumature di azzurro, verde e lilla in tinte pastello.


Come stiamo? Bene, no.
Lunedì 15 giugno i teatri e i centri per l’arte dal vivo riaprono. A tutti i costi? A quale costo?  Ripartire, ma come? A dire la verità, non ci siamo mai veramente fermat_ nel produrre materiali artistici – a volte d’intrattenimento, a volte di approfondimento, a volte per puro piacere narcisista –, sempre in 2D. Ora che il carbone tornerà a bruciare nella locomotiva e tutto riprenderà come prima, posso immaginare che: alcun_ saranno sedut_ in prima classe, altr_ in seconda e altr_ ancora a inseguire il treno di corsa.

Se prima di 100 lavoravano in 10, ora saremo ancora meno: chi è da sol_ in scena? Chi ha formati “più snelli”? Chi è un nome? Di certo chi riuscirà ad adattare i lavori. E tutto il resto? Senza nuovi finanziamenti pubblici e senza misure di reddito, che cosa accadrà?


Allora bene, no: al lavoro a tutti i costi, al fare senza condizioni. Vorrei dire no se altr_ non hanno alcuna scelta, se tant_ non sono neanche interpellat_. Vorrei dire no ma non vorrei essere sol_. 

Il virus è corpo mescolato a corpi altri, umani e non umani – mi insegna che parlare in termini corporativi non serve a niente: il lavoro artistico non è un’eccezione, non è migliore di altri, non si merita di più. Preferirei non avere diritti e riconoscimenti che si fondano su criteri escludenti – non vogliamo albi professionali né categorie settoriali.

La pandemia ha scatenato la più visibile crisi della cura mai verificata e – d’improvviso – tutti i lavori di riproduzione sono diventati indispensabili: chi cura i corpi dell_ altr_, chi si prende cura del corpo dell’altr_, chi consegna il cibo, nelle case, in bici, nei supermercati, nei magazzini, chi insegna a scuola, chi si occupa di bambine e bambini, chi scrive, chi svolge il lavoro domestico, il lavoro invisibile, il lavoro sociale, il lavoro sessuale, il lavoro relazionale.

Il “mondo dell’arte” non è un altro mondo.

Non è un mondo a parte, stando “a parte” non capiremo nulla, non otterremo nulla. Tu che fai per vivere? Solo l’artista? Lavoro come interprete, creo progetti miei, conduco seminari e laboratori, faccio progetti nelle scuole e didattica diffusa, faccio traduzioni, scrivo, lavoro al bar, al ristorante, nei catering, faccio musica, grafica, l_ camerier_, babysitter, ricerca all’università, l_ tecnic_ luci. Faccio l’artista, anche. È tempo forse di riunire i mondi? È tempo di un’ecologia politica femminista dell’arte: l’economia di chi fa arte è un’economia composita. Invece di nasconderlo, potrebbe essere l’inizio per costruire alleanze tra ecosistemi.


Vorrei che i soldi delle residenze e delle produzioni, dei bandi e dei circuiti venissero investiti per permetterci di fare ricerca, perché questo tempo non lo conosciamo e se non lo attraversiamo e pratichiamo saremo sempre più lontan_ dal resto del mondo. Vorrei che questo tempo venisse usato per permettere a tutto il comparto tecnico di studiare e aggiornarsi sotto compenso. I ritmi della produzione artistica sono lunghi (possono voler essere lunghi), che il mercato rispetti questi tempi senza imporre i suoi. Visto che stiamo modificando i teatri, staccando sedie e compiendo costosissime disinfestazioni, perchè non usare questo tempo per mettere finalmente i teatri a norma secondo le regole di sicurezza e accessibilità per poi poter accogliere tutt_ lavorator_? 

Vorrei che la ripartenza venisse pensata non sulla prestazione dei corpi più prestanti ma su quella di chi, nel fisico o nel cuore, necessita di altri ritmi e altre cautele. Nella pandemia e nella postpandemia non siamo tutt_ espost_ e vulnerabili allo stesso modo e nella stessa misura, asimmetrie e diseguaglianze diventano anzi più forti: donne, persone trans, non binarie, non bianche, razzializzate, disabili, malate non sono espost_ allo stesso modo di altri soggetti. 

Vorrei anche che non si pensasse solo al pubblico atletico ma anche a quello che, ad oggi, non può uscire di casa e non potrà nemmeno dopo il 15 giugno. Per chi facciamo spettacolo? Vogliamo veramente che solo persone privilegiate possano fruire delle nostre opere? 
E a proposito di privilegi, non posso ignorare la mancanza di accesso, inclusione e relazione con lavoratori/trici dello spettacolo ner_ e razzializzat_ nel teatro, nella danza e nelle arti dal vivo in Italia. L’arte non è un campo innocente nemmeno in termini di razzismo e di privilegio bianco. Di questo continuerò a parlare.


Sempre, ma da ora in poi a maggior ragione, preferirei che non venisse data per scontata la mia disponibilità, il mio tempo, le mie economie, il mio posizionamento etico-politico, le mie condizioni di salute, senza preoccuparsi di chiedere prima. Preferirei non essere coinvolt_ in progetti con il sottile ricatto di un'emergenza (ti prego non so come fare, scusami è successo all'improvviso, se dici no mi lasci nella merda) senza lasciarmi spazio di libera scelta. Preferirei non compilare una domanda di partecipazione a un bando “compatibile con il contesto dettato dalle condizioni di emergenza Covid-19”, che tanto qualcosa ci inventiamo e quell’idea che avevamo magari un’altra volta. 

Preferirei quest’anno fare solo ricerca e prove. I teatri, i festival, gli spazi di ricerca, di produzione e di residenza, le istituzioni culturali di prossimità – formali e informali – potranno farsi carico di tutto questo? Potranno farsi carico di tutte e di ciascun_? Potranno farsi carico di tutta la filiera, di tutte le disuguaglianze, degli spettacoli interrotti, di quelli saltati, di quelli mai provati ma programmati, delle maternità non tutelate in post-pandemia, dei nostri affitti non pagati, dell’incertezza del futuro, dei corpi più fragili e più esposti, dei soggetti più vulnerabili e marginalizzati, delle compagnie più periferiche? 


Servono misure di reddito, serve aprire, spostare e allargare per tutt_ e per ciascun_ i confini di un welfare troppo stretto. Servono pratiche di mutualismo perché la precarietà, l’intermittenza e il ricatto saranno sempre più violenti ed escludenti nella crisi post-pandemica. Vogliamo arte e cultura pubbliche. Vogliamo il diritto al reddito per tutto il lavoro non pagato che stiamo già svolgendo, che abbiamo sempre fatto: non siamo in debito, non lo siamo mai stat_. 


E quindi ripartire a tutti i costi e fare finta che non sia successo niente? 



Bene, no. Preferirei di no.


Il Campo Innocente